
Era la stagion ove spente foglie
per man del fiato ch'ogni cosa scioglie
ruinando lievi sulle vie già sgombre
dall'aere ricadean in stormo d'ombre
Quand'io vagando senza alcuna meta
l'orma poggiai su una strana pineta
Colà sommesso un respiro vibrava
forse un sogno o una stella che brillava
Ma poscia ch'i fui giunto piu' vicino
s'alzava il sol nel cielo del mattino
Allor guardai oltre il limitar dei rami
n'oscura grotta sorger tra i fiorami
In quell'antro sedea canuto e lasso
n' omo che parea aver il collasso
e mosse innanzi a me mostrando il volto
si truce, ch' ancor meco l'ansia porto
Dopo lungo tempo li m'accomodai
e davanti al vegliardo m'inginocchiai
di fianco a lui sedean i sette figli
che tra le dita tenean bianchi gigli
Mentr'io mirava quello strano loco
Parlò costui si piano e parea fioco
Io son Eolo re di tutti li venti
or incanutito dagli spaventi
Costi e colà la mi degna progenie
che ad ogni respiro sempre dà in smanie
qui è zefiro ,mistral e tramontana
di lavoro lei fa la sagrestana
ed è donna di nobile virtute
in quanto sta in mezzo alle prostitute
alfin c'è libeccio,cecia e schirone
quel che getta tutto dentro al burrone
Orsu' non far quell'espressione smorta
dimmi la cagion che fin qui ti porta
in quell'attimo inzio' a starnutire
frattanto s'era fatto l'imbrunire
Pregna d'umido gelo si fè l'ora
e al mio andar quel tal s'asciugava ancora
gagliardo e forte usciva lo starnuto
si da non poter esser trattenuto...
Quivi sospirosi guaiti e lamenti
immanente d'un passo sull'attenti
fui tosto pronto e svelto a indietreggiare
e sinanco oggi mi sto a scompisciare.
*
Carolina Parrilla








