venerdì, 18 luglio 2008
Cosa sono l'apocope e l'elisione e che importanza rivestono nel conferire musicalità e armonia a un verso?...
A onor del vero fino a non molto tempo fà anche io ne ignoravo l'esistenza, in quanto per dare forma ai miei versi mi son sempre affidata al vago e intrisenco percepire sonoro quindi a orecchio e senza alcuna cognizione di metrica ho cercato di rendere il più possibile melodiose catene di parole...Metodo empirico mi risponderete,ma continuo a credere ancora nella libertà artistica di chi scrive e nella carica emotica dovuta al puro sentire più che al freddo tecnicismo costruito.La poesia vive in noi: imbrigliarla e nel contempo renderla viva non è affatto cosa semplice, sovente mi son ritrovata a tagliare intere strofe provando a far metrica solo per il motivo che non mi suonavano dentro,ovverossia non rendevano pienamente il concetto
che intendevo esprimere e non si amalgamavano pienamente tra loro...
Ho e continuo ad affermare che solamente nella nostra anima si trova quel canto silenzioso il quale produce la differenza tra un comune scribacchino e un poeta; vedete le parole in poesia sono come le note d'un pentagramma musicale, il foglio bianco rappresenta lo spartito da
riempire con quel che fuoriesce dal nostro recepire la realtà che ci circonda o i sentimenti che in un determinato lasso di tempo siamo in grado più o meno intensamente di provare omogenizzando il tutto in concetti atti a esprimere adeguatamente attraverso lo scritto, sensazioni o propositi d'un percorso intrapreso ...Il poeta cerca di ottimizzare il suo
sentire interiore attraverso combinazioni multiple di suoni,ottimizzando cosi la sua interiorità con ritmi e pause scandite dalla suddivisione sillabica delle strofe...
Il verso è la chiave di violino del pentagramma poetico e viene misurato attraverso le posizioni foniche delle sillabe...
L'apocope non è altro che la troncatura finale di una parola atona
es): Qual è? Amor al posto di amore , Or a significare ora
Attualmente caduta in disuso però tanto in auge nella lingua dei primi secoli,ecco a questo punto vorrei spendere in difesa di questa forma di linguaggio definito arcaico, un'annotazione in quanto io sovente ne faccio largo uso, poichè a mio avviso conferisce maggior respiro e fusione ritmica a un testo.Ricordiamoci che le mode sono irrilevanti al fine della resa intimistica d'una semplice sfumatura di pensiero, l'artista è uno spirito libero che per sua stessa natura non si adegua ai tempi o a mere consuetudini,facendosi spesso portatore o innovatore proprio nel suo essere slegato e non appartenente a alcun schema preordinato e se cio' vuol diren andar controccorrente ben vengano anche queste forme lessicali desuete...
Quanto all'elisione , s'intende con questo termine la troncatura di una vocale atona inserita innanzi a una parola che comincia per vocale
Es) Lo, la (articoli o pronomi); una e composti; questo, questa; quello, quella: L'albero, l'upupa, l'ho vista; un'antica via, nessun'altra; quest’orso, quest’alunna (le forme plurali [gli, le, questi…], invece, non s’elidono mai).
Di e altri morfemi grammaticali in -i, mi, ti, si, vi: d'andare
Nel trasporre se stesso chi scrive adopera il movimento fonetico dei segni sillabici onde imprimere vita a una pagina bianca sublimando in tal modo il volo d'un pensiero dentro a una particolare sinfonia costituita dal connubio omogeneo, tra anima e stile per meglio figurare aspetti peculiari colti dai suoi sensi con un certo effetto...
Quando il silenzio leva il suo canto, mettetevi in ascolto..
....Li è poesia
Carolina Parrilla
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sognodiluce Ora: 17:07
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lunedì, 14 gennaio 2008
Senario
Senario è quel verso il cui ultimo accento cade sulla quinta sillaba e, nella forma più comune, presenta un altro accento fisso sulla seconda sillaba (detto anche senario dattilico). Ha sei sillabe nella sua uscita piana e, a rigore, sono legittime anche le varianti tronche, a cinque sillabe, e sdrucciole, a sette sillabe.
Usato dalla Scuola Siciliana, ma di solito raro nella poesia antica, è usato soprattutto nel Settecento e nell’Ottocento nelle forme dell’ode-canzonetta e nelle arie dell’opera (Metastasio). Fu portato in auge, come ogni verso parisillabo nell’Ottocento e nel Novecento è ripreso, come dal Pascoli e dal D’Annunzio, ma di solito in combinazione con altri versi. Pascoli, ad esempio, lo usa con novenari e trisillabi:
Soletto su l’orlo di un lago
che al rosso tramonto riluce,
V’è un uomo col refe e con l’ago
che cuce
tra l’erica bassa.
(G. Pascoli, “Il mendico”, I canti di Castelvecchio)
Ritorna col redo,
mi guarda sott’occhi;
un bacio le chiedo:
mi fissa nelli occhi
con occhi sicuri
e vuole
che giuri.
- O molle trifoglio,
o mani di gelo!
Che bene ti voglio!
Ti giuro sul cielo –
Solleva una mano,
mi dice:
“è lontano!”
[…]
(G. Gozzano, da “Il Giuramento”)
È possibile anche un altro schema per il senario, cioè con ictus non sulla seconda, ma sulla prima o sulla terza, rimanendo fisso quello principale sulla quinta (è detto anche senario trocaico). Vedi Chiabrera (“Dolci miei sospiri”)
Dolci miei sospiri,
dolci miei martiri,
dolce mio desio,
e voi dolci canti,
e voi dolci pianti,
rimanete, addio.
Settenario
È il secondo verso in ordine di uso e di importanza dopo l’endecasillabo, ed anzi, la sua fortuna è congiunta a quella dell’endecasillabo, tant’è che proprio con questo si trova in combinazione lungo tutto l’arco della tradizione. Molto probabilmente, lo stretto legame può essere dovuto, fra le altre cose, all’avvertire il settenario come componente di un endecasillabo, insieme con il quinario. È usato in tutta la tradizione italiana. L’uso del settenario da solo, per quanto meno frequente, di quello con l’endecasillabo è affatto normale in tutte le epoche.
Dante, nel De Vulgari Eloquentia, ne riconosce l’eccellenza, seconda solo a quella dell’endecasillabo, e ne raccomanda l’uso nel genere più alto, quello della canzone.
Il settenario è quel verso che ha come ultima sillaba accentata la sesta e una disposizione libera di accenti secondari sulle sillabe precedenti. Si presenta in tutti gli schemi possibili, tra i quali distinguiamo:
1- quello con accenti sulla seconda, quarta e sesta sillaba (2a-4a-6a), detto settenario giambico
2- quello con accenti sulla terza e sesta sillaba (3a-6a), detto settenario anapestico.
3- quello con accenti sulla prima, terza e sesta sillaba (1a-3a-6a), detto settenario trocaico dattilico.
Ma tutte le altre combinazioni di accenti secondari sono ugualmente legittime e quindi praticabili. Nella uscita piana presenta quindi sette sillabe, in quella tronca sei in quella sdrucciola otto.
Il settenario compare già nelle canzoni della scuola siciliana in associazione con endecasillabi o da solo e continua nella poesia toscana con medesime norme. Compare anche in serie di distici a rima baciata, come nei due poemetti didattici Il tesoretto ed Il Favolello di Brunetto Latini o nel Duetto d’Amore di Dante o nella lauda iacoponica O papa Bonifazio. Nel Trecento il Petrarca utilizzò il settenario come componente della canzone, ma esso trovò impiego anche nel madrigale antico, nella ballata e nella lauda, in forme particolari di sonetto, quali il sonetto rinterzato, caudato o il sonetto minore (vedi gli esempi alla voce “Il Sonetto”).Componente fondamentale del madrigale cinquecentesco (vedi esempi), della canzonetta, dell’ode-pindarica e della ballata romantica. Nell’Ottocento il suo uso dilagò. Come verso “cantabile”, ad esempio, Manzoni lo usò in uscite piane, tronche e sdrucciole nel II coro, atto IV, dell’Adelchi e comparve nei libretti d’opera di fine Ottocento e Novecento. Pascoli lo piegò a sperimentazioni che tendevano a rompere la sua cantabilità attraverso l’uso particolare dell’enjambement (ricordo il principio generale per il quale l’enjambement “pesa di più”, ha maggior effetto su un verso breve che su uno lungo). Ancora presente e comune nel Novecento, da solo o in combinazione con altri versi.
Chiare, fresche et dolci acque,
ove le belle membra
pose colei che sola a me par donna;
gentil ramo ove piacque
(con sospir mi rimembra)
a lei di fare al bel fiancho colonna;
herba et fior’ che la gonna
leggiadra ricoverse
co l’angelico seno;
aere sacro, sereno,
ove Amor co’ begli occhi il cor m’aperse:
date udïenzia insieme
a le dolenti mie parole extreme.
(Petrarca, Canzoniere, Ed. Newton, CXXVI)
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La deserta stagione
nell’acqua dei cortili
le sue gioie scompone
precipita nei clivi.
(A. Zanzotto, da “Assenzio”)
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Il mare è tutto azzurro.
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore è quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.
(S. Penna, “Il mare è tutto azzurro”)
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Negli azzurri mattini
le file svelte e nere
dei collegiali. Chini
su libri poi. Bandiere
di nostalgia campestre
gli alberi alle finestre.
(S. Penna, “Scuola”)
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Ahimè come ritorna
sulla frondosa a mezzo luglio
collina d’Algeria
di te nell’alta erba riversa
non ingenua la voce
e nemmeno perversa
che l’afa lamenta
e la bocca feroce
ma rauca un poco e tenera soltanto…
(V. Sereni, “Ahimè come ritorna”)
Statisticamente, si è visto che meno frequenti sono settenari con prima e sesta sillaba accentata e senza accenti ulteriori tra le due sedi, o con l’accento principale sulla sesta non preceduto da nessun accento di qualche rilievo.
Da Poetilandia.it
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sognodiluce Ora: 21:13
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